Poesia sugli Ecrins

Appena arrivati è poesia.

Guardare in alto, circondati da un anfiteatro di vette con decine di cascate d’acqua di scioglimento, vegetazione tipica alpina sul limitare degli alberi, il canto degli uccellini… Poesia punto. Il fato poi si fa subito sentire, se da un lato mi sono “fisiologicamente” alleggerito per la serie #caghiamocitutti, dall’altro, sollevando lo zaino, capisco che la punizione è di carattere divina.

Due foto e poi ci si incammina… immancabilmente celebriamo il tipico rito propiziatorio che prevede a 10 minuti dalla macchina battersi fortissimo la fronte richiamando l’attenzione divina e correre indietro a prendere qualcosa. Nel nostro caso la cartina.

Fatto ciò si inizia a salire. Caldo. Così caldo che in breve sudiamo via la crema solare… Ma a star dietro a Francesco non c’è tempo manco di ammiccare alle tipiche bellezze locali, figurati a fermarsi per riaprire lo zaino.

Appena si scollina la prima rampa proviamo con tutte le forze a perderci.

“Di là è una scorciatoia”
“…Ma il mio GPS non mostra nulla di là…”
“Ma secondo me se rimontiamo quel canale…”
“ma non c’è uno straccio di traccia di là…”
E avanti così provando con tutto l’impegno. Ma poi niente, si decide di usare il solito e ameno sentiero ben tracciato.

Si prende quota, si passano i primi macchioni di neve, riusciamo persino a saltare torrenti che scambiano i pendii interi della montagna come alveo senza bagnarci.

Arriviamo al rifugio Glacier Blanc. Qui immediatamente l’attenzione di non meno di una trentina di alpinisti è per Francesco che sa come farsi riconoscere. Non abbiamo iniziato e già gongola nelle celebrità. Poco importa se è per essersi smutandato sul promontorio fronte rifugio (e fronte vallata intera ndr). La fama è la fama. Cambio di assetto, pantaloni lunghi ed in breve inizia la neve dove mettiamo gli sci.

Pronti, partenza...
Comodo sentiero.

Ovviamente siamo gli unici con gli “stecchi”. E nonostante la convinzione di Francesco di aver scelto in modo arguto, il peso e la mia inettitudine con quegli affari ai piedi mi tengono il tarlo del dubbio vivo.

Terminato il ghiacciaio basso e arrivati sotto il promontorio del rifugio des Ecrins il dubbio è così concreto che a volte appare al mio fianco e mi passa la borraccia suggerendomi di tenermi idratato con faccia bonaria!

L’ultimo strappo di 150 m per salire al rifugio des Ecrins con neve molle e fradicia, ulteriormente riscaldato dal mio fiato che come un mantice continuo a sbuffare, tramuta il mio amico dubbio in un esercito di improperi e alla fine mi tolgo “sti” sci e salgo a piedi.

Cena abbondante guardando con preoccupazione gli scorci della Barre des Ecrins, minacciosamente avvolta nelle nubi che per radi istanti mostra dei seracchi come fauci spalancate.

Si, sono proprio carico per domani!

Si va in branda. Misuro in modo scientifico il timore di sentire la quota e non riuscire ad addormentarmi: dura esattamente il tempo di dire “non so se mi addor”.

Selfie con il rifugista.

Sveglia presto, colazione ottima, sorriso della ragazza alla cassa (che dimostra la mia teoria che le donne francesi in montagna principalmente vestono eleganti magliette di seta e non roba tecnica), selfie con il rifugista e via.

Gnek gnek per tutto il ghiacciaio. Poi la scelta: la via più sicura per salire è uno scivolo a 35/40 gradi di neve poco portante. Quella che per ogni passo in su ne fai due giù. Poi c’è l’accesso per la normale calssica, da destra guardando la parete, comodo. Quasi carrabile, ma passa sotto enormi seracchi sospesi e instabili. Al momento ancora agibile. Ma ovviamente questa informazione ci manca…

Facciamo così tanti passi che gli orologi invece di contare scrivono solo “uno sbadaluffo”. Già da lontano notiamo che la terminale è molto aperta e la parete povera di neve… niente couloir Coolidege… la seconda piccozza ha fatto un giro sugli Ecrins! Si sale dalla cresta classica. Per raggiuingere l’attacco della cresta battiamo traccia come spazzanevi sulla A26. Fatica_fatica_fatica.

La terminale è difficilmente superabile lungo tutta la parete, quindi bisogna salire la cresta dall’inizio. Rapidi in conserva corta per recuperare il tempo perso. La giornata è stupenda. Tersa. Si sta bene. La roccia è calda e i ramponi pare non stridano nemmeno troppo.

Vetta, foto, meritato sguardo intorno a noi e via veloci per tornare sulla neve, di corsa perché il giorno avanza e il seracco inizia a scaricare. Discesa rapida ed efficace con gli sci. Questa volta optiamo per la linea di destra, in discesa con gli sci rimaniamo pochissimi minuti sotto i seracchi. Io mi arrangio in qualche maniera e lotto isterico contro i muscoli delle gambe induriti. Ma nonostante tutto siamo ben veloci sia sulla parete che sul ghiacciaio. Quattro orette dopo arrivo al parcheggio.

Inizia il rientro e mi godo il viaggio sul passo del Monginevro. Addocchiando la strada alla ricerca di Francesco che in bici lo sta salendo. E sognando di poterlo legare ad una corda e strattonarlo dalla macchina!!!

Erio

Verso il rifufio des Ecrins.
Ingresso del rifugio des Ecrins.
Cresta della Barre des Ecrins
In cima alla Barre des Ecrins.
Diario

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